giugno 2 2008

Napoli da Posillipo

'Napoli è un paradiso; tutti vivono in una specie di ebbrezza e di oblio di se stessi. A me accade lo stesso; non mi riconosco quasi più, mi sembra d'essere un altro uomo. Ieri mi dicevo: o sei stato folle fin qui, o lo sei adesso'.
(Johann Wolfgang Goethe, 1749-1832)
 
 Ci sono alcune vie della mia città che sono affollate di antiquari. Le conosco molto bene perché mio padre mi ci portava spesso. Quadri ad olio antichi, mobili inglesi e francesi, italiani. Sempre di più vedo nelle vetrine gli acquarelli napoletani. Li guardo sempre con molto interesse perché a casa mia ci sono sempre stati. Piccoli, grandi, enormi. Una piccola collezione privata di cui mio 152_rosso_ok_smpadre andava molto orgoglioso. Noto con piacere che  si è rinfocolato il già notevole interesse di questi ultimi anni per le Gouaches napoletane del Settecento e dell’Ottocento, quei magnifici quadri di paesaggi, piazze, marine e luoghi di campagna che ebbero la loro migliore stagione al tempo del Gran Tour degli intellettuali e degli aristocratici europei e che ora rappresentano nei musei italiani e all’estero e nelle collezioni private, preziosi esempi del glorioso vedutismo napoletano, “fotografie” di luoghi che non ci sono più. Interesse di carattere artistico, storico e commerciale e relative perplessità, curiosità e seri pericoli in un mercato pieno di falsi, meritano la più ampia diffusione di quelle informazioni che possono orientare chi si avvicina oggi a questa pregevole espressione artistica. Comprare una gouache è rischioso: un buon pittore oggi riesce persino a dare al quadro la patina del tempo e solo un vero intenditore, riesce a capire che quel velo d’antichità non è stato passato dagli anni ma da una mano disonesta.
Quadro su un foglio di carta, la gouache ha preso il nome dalla tecnica pittorica1, e cioè è un quadro dipinto con la pittura alla gouache, una parola francese derivata dall’italiano guazzo, un piccolo stagno d’acqua torbida, addensata con colori stemperati, collanti vegetali, pigmenti; un intruglio misterioso in un certo senso perché fatto con elementi e proporzioni diverse da ogni pittore, segreti della sua tavolozza.
Dal piccolo crogiuolo di colori, il guazzo, le gouaches sono anche chiamate “guazzi” tra gli addetti ai lavori e nelle botteghe d’arte.
La pittura – à la gouache – è una tecnica del ‘400 ripresa a Napoli, in grande stile, nella seconda metà del Settecento, dal pittore tedesco Filippo Hackert, per una serie di palazzi e di giardini reali, commissionata a questo artista di alta scuola europea da Ferdinando e Carolina di Borbone.
Nel Settecento, facevano ricorso alla tecnica – à la gouache – altri noti paesaggisti, per una élite di viaggiatori aristocratici, soprattutto inglesi: a Firenze, a Venezia, a Roma, a Londra. Le gouaches di Hackert, custodite in gran numero nella Reggia di Caserta, ma anche in musei inglesi e francesi, sono considerate dai critici le gouaches di più alto livello artistico. Molte opere di Filippo Hackert sono state incise e stampate dal fratello Georg, anch’egli un artista valoroso alla corte dei Borbone.
Filippo Hackert è considerato il padre del “guazzo napoletano” anche se, prima di lui almeno due noti pittori stranieri, l’inglese Peter Fabris e il francese Pierre Jaques Volaire, avevano adottato questa tecnica antica, in ambito napoletano. 74-prodotto_grande-2_new4Ma né il Fabris né il Volaire, né qualche altro paesaggista – à la gouache – raggiunsero la notorietà e il prestigio di Filippo Hackert. Il pittore tedesco arrivò a livelli qualitativi altissimi: i suoi fogli, pur nel rispetto calligrafico dei particolari che ha fatto paragonare le sue gouaches alle moderne cartoline illustrate a colori, sono espressioni d’arte di raffinata sensibilità e poesia, trasfigurazione ispirata di luoghi, paesaggi, personaggi e stati d’animo, sono insomma opere d’arte e d’ingegno ad un livello al quale non sono arrivati gli altri pur bravissimi pittori precedenti a quelli del filone hackertiano e delle altre scuole.
Con Filippo Hackert la tecnica – à la guoache – si affermò a Napoli su vasta scala e contemporaneamente si diffuse e assunse il carattere del fenomeno commerciale, anche a Roma e a Venezia, dove si presentò, come a napoli, una grossa richiesta di quadri-souvenirs, da parte dei sempre più numerosi turisti.
A Napoli, alla fine del Settecento, tra un numero crescente di pittori “à la gouache”, si sono distinti Alessandro D’Anna e Saverio Della Gatta, il primo palermitano, l’altro napoletano, due pittori che il Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Napoli Nicola Spinosa, nel catalogo della Mostra dell’85 adellagatta Napoli da Sant Villa Pignatelli, ha definito: “certamente raffinatissimi e deliziosi esecutori  di alcune tra le più belle gouaches di fine Settecento e oggi tra i pittori di “genere” più ricercati e valutati da mercanti e collezionisti”. Anche questi due grandi, comunque, hanno subito l’influenza dei loro predecessori: il paesaggio di Alessandro D’Anna è apparso ai critici troppo legato allo stile dell’Hackert e quello di Saverio Della Gatta realizzato alla maniera del Volaire, dell’Hackert e talvolta anche del Fabris. E tuttavia, dobbiamo parlare di due artisti di primo piano, due artisti che si sono distinti particolarmente tra i tanti pittori senza alcun talento che hanno soltanto imitato o copiato o scopiazzato maldestramente. Questa precisazione è utile, tra l’altro, quando si vuol parlare dell’illustrazione di costume napoletano, delle cosiddette “Figurine del Regno” di cui si sono interessati D’Anna e Della Gatta, anche loro pittori della real casa. I due artisti, comunque, hanno prodotto opere che sono esposte e ammirate in tanti musei non solo italiani e in tante prestigiose collezioni, opere che sono diventate rare, ricercate e valutate anche alcune decine di milioni.
Le gouache hanno avuto il loro periodo di maggiore splendore nella seconda metà Settecento e la maggiore fortuna commerciale nell’Ottocento, sino agli anni dell’unificazione. Nel primo periodo, i quadretti à la gouache venivano commissionati ai pittori da personaggi colti, aristocratici e dai figli della ricca TOFANI3borghesia europea in viaggio d’istruzione, insomma da personaggi tutti o quasi tutti dai gusti raffinati e dalle notevoli possibilità finanziarie. Per questi turisti, che non avevano fretta, furono create opere meditate, ispirate, che hanno fatto storia nell’ambito del migliore vedutismo napoletano. Poi, sull’esempio reale, molti signori nobili e borghesi vollero dai pittori le immagini dei loro palazzi e dei loro giardini, delle loro ville in campagna e al mare. Poi ancora, con l’affermarsi della moda dei viaggi, i turisti vennero a Napoli sempre più numerosi, inglesi, francesi, tedeschi, polacchi, soprattutto inglesi, persone di varie estrazioni sociali, persone spesso senza alcuna pretesa culturale, con soggiorni programmati, limitati. E allora le richieste di gouaches diventarono centinaia e centinaia e in conseguenza la produzione decadde dal piano dell’arte a quello di una ben più modesta produzione in serie. A questo punto, i pochi turisti colti e gli intellettuali di casa nostra, si sono rivolti alla Scuola di Posillipo, che nasceva allora con Pitloo e Giacinto Gigante, i quali, non per caso316, non dipinsero mai – à la gouache – proprio per non essere confusi in quel settore così inflazionato. E tuttavia, in questa confusione, riuscirono a distinguersi i guascisti francesi Didier Boguet, Alexandre Dunouy e Turpin de Crissè, che operarono a Napoli proprio nei dieci anni dell’Impero francese (1805-1815): si distinsero perché seppero cogliere ed esprimere alcuni interessanti fermenti culturali che venivano dalla città. Negli ultimi trenta anni, è stato avvertito un rinnovato interesse, da parte del grande pubblico, per le gouaches napoletane. In realtà, chi ha investito in questo settore negli anni Sessanta, oggi si ritrova il sua capitale rivalutato straordinariamente; soprattutto chi ha comprato le gouaches, che allora non erano apprezzate, che si trovavano a pochi soldi sulle bancarelle londinesi di King’s Road e in molti negozi napoletani.
Non mi è rimasto  molto della piccola collezione. E non chiedetemi il perché. Mi darei bastonate sui denti!
Ma ogni volta che ci passo davanti, mi fermo e li guardo! Ma come era bella Napoli!

Dedico questo post alla mia  partenopeissima "sorellina" Andrina.
 
Enrico Rava- Renato Sellani- Munasterio e' Santa Chiara
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aprile 8 2008

green

Cammino sola
Ignorando la tua assenza
Cammino da sola
Sui marciapiedi di Green Dolphin Street 
Cammino da sola
Cantando questa malinconica ballata
Cammino da sola
Sapendo quello che non posso avere.

coltrane

Ringrazio Fraiz  di avermi concesso di pubblicare questo

suo bellissimo acquarello  che ha dedicato con passione a

John Coltrane.

John Coltrane

Nato il 23 Settembre del 1926, muove i primi passi da professionista in numerose formazioni di R&B. Solo ventitreenne, viene ingaggiato nell'orchestra di Dizzy Gillespie nella quale ha la possibilità di accostarsi allo stile del Be bop. Tra i più grandi sassofonisti della storia del jazz, ha sicuramente lasciato un segno profondo nel tessuto di questa musica. "Trane", come fu anche soprannominato per il suo irruento fraseggiare, è stato uno dei più importanti innovatori del jazz degli anni sessanta, ponendosi come cerniera tra la poetica del bebop e la rivoluzione del free jazz.

Nel '55 la sua voce, tutt'altro che definita, trova l'attenzione del grande Miles Davis che lo vuole nel suo quintetto. L'esperienza con il celebre trombettista gli permette di arricchire il suo fraseggio che trova il momento di maggiore maturità negli anni tra il '59 e il '61.
Con "Giant Steps" e "My Favourite Things", concepiti a distanza di pochi mesi, si afferma definitivamente come prodigioso interprete dei sassofoni tenore e soprano; ma il suo "viaggio" non si ferma qui. L'interesse per la musica indiana e una forte spiritualità lo costringono ad una ricerca verso sonorità mistiche e ultraterrene che si "concretizzano" nei capolavori "A love supreme" e "Ascension" concepiti nel biennio '64/'65.
Illuminanti sono le parole del musicologo Jean-Luis Comolli a riguardo: «...senza dubbio il jazz non è stato mai portato a un tal punto di esaltazione, l'improvvisazione così vicino al delirio e la bellezza tanto vicino alla mostrousità, che è la perfezione superumana. Musica non celeste ma infernale, in cui l'amore di Dio è la morte dell'uomo».
L'estetica della sua musica, caratterizzata d'ora in poi più fortemente dagli stilemi del Free jazz, sarà rappresentativa di una fase di ulteriore sperimentazione che vede nel già citato "Ascension" l'iniziazione. L'universo, astratto ed incosistente, si specchia nelle musiche di "Interstellar space" e "Expression": tappe di una sperimentazione che vede la fine il 17 luglio del '67, giorno in cui John Coltrane muore.
John Coltrane- On Green Dolphin Street
 


 

 

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marzo 10 2008

CHRYSLER BUILDIN LOBBY

 Chrysler Building

L’altra sera sempre guardando la tivvù, mi sono imbattuta al solito con la pubblicità. Un commercial di una nota marca di prodotti petrolifici di cui non agipfaccio il nome. L’Agip. E subito ho notato l’originalità dello spot. Grafica particolarissima, retrò. Anzi Art Decò. Jingle in perfetta sintonia con il periodo. Mi è sempre piaciuta questo periodo che ha seguito il Liberty. Qualche cosa ho anche visto nella mia città quando ero bambina in qualche casa o qualche ufficio pubblico che ancora conservavano i tratti di quealsto stile.
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Pubblicare un post sull’Art Decò è un’impresa, piacevole, ma  rischierei di occupere tutto lo spazio a mia disposizione su Splinder.
Tenterò quindi, sempre accompagnandomi con l’ormai consueto slide show, di sintetizzare questo vasto stile che ha toccato tutte le arti. Dalla pittura all’architettura.
Quello che noi chiamiamo “Art Decò”, non è altro che un’etichetta che noi attribuiamo ad un gruppo di edifici, quadri ed oggetti che in quei giorni, erano semplicemente “moderni”. Certo ci sono vari modi di definire il “moderno”

Questo stile decorativo e architettonico affermatosi in Europa

e nel mondo occidentale tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento,SKYSCRAPER è stato utilizzato in primo luogo per la produzione di oggetti d'arredamento, gioielli  tessuti, ceramiche  e nella progettazione di interni . La denominazione Art Déco derivò dall'abbreviazione di Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes, mostra primigenia sul design tenutasi a Parigi nel 1925.
L'Art Déco si sviluppò sia come reazione all'elaborato e sinuoso stile Art Nouveau  di fine secolo, sia come estetica adatta alla nuova era della macchina. Caratteristiche principali erano le linee pulite, la simmetria e l'eleganza delle forme, associate alla preferenza per i brillanti colori primari e per materiali lucidi e perfettamente levigati, quali il metallo cromato, lo smalto, la pietra e la gemma preziona. L'uso massiccio di forme a zigzag o a scacchi, e curve vaste, motivi a "V" e a raggi solari. Agli inizi dell'Art Decò si collocano la Compagnie des arts francais Sue et mare, l'opera di ebanisti cone Ruhlman e Rateau, il nuovo indirizzo preso sai laboratori viennesi (Wiener werkstatte) diretti dall'architetto J. Hoffmann.
Quanto al repertorio figurativo, assai frequenti furono i riferimenti all'arte greca, così come i motivi egiziani, divenuti una moda in PAPseguito alla scoperta della tomba del faraone  Tutankhamon  nel 1922; profonda influenza fu esercitata dalle scenografie orientaleggianti e dai colori esotici dei Balletts Russes di Sergej Diaghilev  così come dall'estetica elegantemente geometrica del cubismo e di certo  futurismo italiano.
Tra i primi esponenti dell'Art Déco furono il sarto Paul Poiret e il gioielliere e vetraio  René Lalique , autore di oggetti dalle linee delicate, sciolte e fluide. Negli anni Venti e Trenta si imposero Jacques-Emile Ruhlmann nel design di mobili, Jean Dunand nelle decorazioni a smalto e Jean Puiforcat nella lavorazione dell'argento, mentre facevano scalpore gli 'abiti astratti' di  Sonia delaunay .
Per la moda femminile era in voga il taglio alla garçonne e il caschetto nero con le virgole, gli occhi bistrati e le labbra rosse, gli abiti al ginocchio pieni di frange di paillettes e i minidess dal punto vita abbassato, le mary jane bicolori dal tacco sagomato e il cappellino a calotta.
Le “Flappers” (maschiette) erano incarnate dalla Josephine Baker.flappers in Waiting

Ma che musica si ascoltavano nei ruggenti anni 20? Jazz, charleston e fox trot. Sotto prima dello slide show,  troverete un player con degli esempi musicali dell’epoca. Ce ne sono di vari.. anche  un brano che per “diritto di cronaca” ho inserito, ma che rievoca un periodo non molto felice per il nostro Paese. Ma fa parte della storia.
I disegni Déco non erano in origine destinati alla produzione industriale: anzi, venivano proposti perlopiù come espressione originale di un gusto massimamente raffinato, adatti alla realizzazione in pezzo unico; tuttavia l'intrinseca semplicità li espose presto alla replicazione in serie, soprattutto nei settori della gioielleria, del vasellame e delle suppellettili. Gradatamente gli Stati Uniti soppiantarono la Francia come fucina delle novità Art Déco, imprimendo inoltre allo stile un'ulteriore spinta nella direzione del rigore geometrico e lineare. In un mondo industrializzato, i primi anni venti erano pieni di promesse, e di prosperità, guidati dalla tecnologia. Una nuova era richiedeva una nuova architettura.. Il gusto Déco improntò quindi oltre all’architettura,  la grafica pubblicitaria, il design (apparecchi radiofonici, juke-box): tra gli interni più curati, si ricordano gli ambienti del Radio City Music Hall (1931) di New York, progettati da Donald RADIO TUNERDeskey; mentre tra gli edifici spicca il grattacielo Chrysler, di William van Alen (1930, New York), con la lussuosa facciata in alluminio laminato e la cuspide ad archi.. E’ il mio grattacielo preferito di NY. Vorrei dedicargli un post. Lo merita. Altro esempio di archiettura Decò negli Stati Uniti è a Miami a South Beach. Il famoso Art decò District. Sono rimasta affascinata da queste costruzioni bianche o colorate in rosa pallido ed azzurrino. Con le ringhiere in alluminio e le facciate tonde. Gli edifici sono quasi tutti alberghi . Costosissimi

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I grandi grattacieli art decò, con i loro dettagli intricatissimi, hanno una manutenzione costosissima ed ad oggi il loro mercato immobiliare è impossibile viste le quotazioni stratosferiche che raggiungono gli affitti o l’acquisto dei loro locali. E quindi rischiano una vera e propria decadenza. Un vero peccato!
In Francia, esempi autorevoli di Art Déco nell'architettura furono le sale espositive di Ruhlmann a Parigi, il Pavillon d'un Collectionneur per l'Exposition250px-TorreLittoriaTorino del 1925 e il grand salon della nave di linea Normandie (1930 ca.), con lampade e decori di Lalique. In Gran Bretagna un noto esempio di architettura e design Déco è rappresentato dal Hoover Building di Londra, progettata da Wallis Gilbert nel 1932.  In francia Le Corbusier Mentre fra i designer e gli architetti italiani che produssero opere in stile Déco vanno citati, tra gli altri,   MMm  Marcello Dudovich, Leonetto CappielloDuilio Cambellotti, Gio Ponti. Piacentini a Torino.
Nel campo della pittura spicca tra tutti la ormai famosissima, TAMARAamatissima, Tamara de Lempika
In Italia l’Art Decò si sviluppò però nel Razionalismo che diede vita all’Archiettura Littoria, ancora presente nella mia città, ed ancora più viva nelle città come Latina, Aprilia, Sabaudia e Portolago, nell'isola Greca di Leros.
Abbiamo esportato però l’Art Decò nelle colonie. Asmara è un gioiello di questa arte.
Diciamo Che il “regime” si adoprò molto di più a costruire nel resto dell’impero, mentre a Roma si procedeva allo scempio della distruzione della spina di Borgo per fare spazio all’orrenda via della Conciliazione!

PIAZZAS

 


 Musica! 


 


Slide show

 

 

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marzo 3 2008

 

harlem

Great day in Harlem 1958




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Questa foto scattata nel 1958 ad Harlem “racchiude” 50 musicisti jazz.

Un must, un cult, un’immagine che fa venire l’acquolina alle orecchie ed agli occhi di chi è appassionato di questo genere musicale  (La scrivente compresa).

Ma più che la foto, pubbliccata su “Repubblica” di sabato scorso, mi ha incuriosito la creatività dello scatto.

E’ di Art Kane. Americano, nato come art director e finito su quasi tutte le riviste di moda. Ritrattista dei più importanti gruppi musicali degli anni d’oro (dagli Who ai Rolling Stones), autore di foto shock per magazine come Life e di scatti provocatori. 

La famosa fotografia di Kane che ritrae il gruppo rock dei Who avvolto whonella bandiera, viene imitata da giovani leve come gli Oasis e ripetuta dalla stessa band inglese a vent'anni di distanza.

Con l’esperienza  dell’art director e l’occhio del fotografo, Kane ideò e produsse alcune delle più memorabili ed impressionanti  foto degli ultimi trent’anni.

Non proprio dcumentaristico e nemmeno strettamente giornalistico, il lavoro di Kane è meglio definito come illustrazione fotografica.   Le immagini raccontano più che una storia, chi le guarda finisce per completare il tutto. Non c’è uno stile unico. I soggeti sono tantissimi, ma ogni sua fotografia ha un qualcosa che cattura, che ti prende e ti fa pensare.

Grandangolo, saturazione di colori , scenografie strane, bizzare, fuori dagli schemi.

Kane seppe dare una nuova visione agli anni 60 e 70. Alcune sue vietnamfotografie sono state ispirate alle canzoni di Beatles.  Documetò la guerra del Vietnam, non come si faceva allora con sangue e violenza, ma in modo provocatorio. Con il dopo.

Le foto di Kane non sono semplici scatti. Sono frutto di una tecnica elaboratissima. Separazione di colore, montaggio. E  il primo, infatti, a usare il grandangolo estremo da 21 mm con immagini famose riprese dal basso di modelle quali Verushka, Jean Shrimpton, Margaux Hemingway pubblicate su Vogue, Look, Life, McCall's, Esquire e Harper's Bazaar

Quello che noi vediamo è una specie di freudiano altro  mondo  che colpise alcune arrchetipe corde.

D’altronde uno che si è “inventato” quella foto impossibile ad Harlem nel 1958, non poteva rimanere “ghettizzato” nel suo ruolo di art director. “Doveva tramutarsi per forza in fotografo”.

E’ vero.

Le sue foto brillano di forza come “un sole arancione nel cielo blu”.

 

Per la foto di Harlem 1958 vi rimando al bellissimo articolo di Gino Castaldo pubblicato su “Repubblica”

 

http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/all-that-jazz/all-that-jazz/all-that-jazz.html

Mi sembrava riduttivo pubblicare solo tre foto di Art Kane per cui ho deciso di allestirvi una piccola mostra fotografica dell'artista.

 

 

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febbraio 4 2008

106_400

Sempre  più spesso nei blog, a far da corollario a  versi d’amore, e qui ci includo anche il mio di blog,  vedo le opere di Nicoletta Tomas Caravia.  Non conoscevo l'artista e, così, ho cercato altre fotografie delle sue tele, nell'intento di farmi un'idea di cosa abbia voluto esprimere quest’artista spagnola nei suoi dipinti. Prima di tutto il mio personale parere: mi piacciono moltissimo. C'è una nota malinconica, riflessiva, commossa e commovente che traduce ogni tratto in uno specchio per la propria anima. A prescindere dal carchofa_400soggetto (uno scorcio di Valencia, un volto, un bambino solo) il senso di realistico smarrimento, dei visi che cercano non si sa cosa,  rimane costante e disarmante.
La serie degli Amanti è, forse, quella che colpisce di più  Le coppie che vengono rappresentate sulla tela portano fisicamente il segno dell'Amore in tutta la sua complessità: passione, movimento, energia. La Tomas non vuole dipingere questa forza che ci trasforma  in questo stato  di semiincoscenza dove noi sentiamo che siamo sopra ad ogni cosa., non vuole che nelle sue tele di sia la realtà di questo amore,. Il suo linguaggio pittorico  è quello in cui il corpo dimostra  tutta questa danza d’amore, la carnalità, il dramma della passione che non può essere toccata ma solo sentita.
Uno stato d'animo trasmesso
 attraversoamantes111 un'esasperazione dei tratti somatici e del linguaggio corporeo, ottenuta tramite una decisa linea di contorno e un netto contrasto di chiaroscuri in quei tratti forti dei corpi, dei visi degli amanti, nella fusione dei loro corpi.
 In "Amantes 111", la pelle nuda risalta nell'accostarsi a capelli ed abiti scuri, mentre sullo sfondo un colore che pare di fuoco diviene emblema dell'accendersi del desiderio della passione. L'Amore è una forza violenta, indubbiamente, ma dietro questo bacio non si nasconde l'insidia dell' angoscia, nè del pessimismo. Pare, piuttosto, un'emozione positiva dirompente, ma tenuta sotto controllo dalla sincerità dell'affetto.


Dopo gli amati, adesso per la pittrice spagnola è iniziato un nuovo sintituloazulpercorso. Nei quadri intitolati ”Finestre dell’anima”  è iniziata una nuova fase. L’artista vuole  percorrere con questa serie tutti i sentieri dell’anima umana e raffiguarli. nei suoi dipinti.
A tal proposito riporto una frase per me essenziale della Tomas su questa sua nuova serie:
“Non l’ho mai realizzato prima d’ora ma io adesso so che per le dipingere è la miglior strada pernicolettabiotncol scoprire la mia stessa essenza, di vivere, di sopravvivere e di  essere me stessa , definitivamente.”
Le principali fonti d'sipirazione di Nicoletta Tomas sembrano essere i disegni di Egon Schiele e di Gustav Klimt, presenti soltanto in filigrana dietro una scomposizione delle forme quasi cubista.
Indubbiamente, sono opere di forte impatto emotivo.

Se avete intenzione d'iniziare una collezione, non pensateci due volte! Chissà i quadri  emotivi, come quelli degli amanti potrebbero essere di stimolo per riaccendere passioni un po' sopite.


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